Marseille

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Ce n’est pas

à cause du GPS

que chez toi

je me perds

à chaque fois!

Peut être c’est ta nature

qui me fait perdre

dans les milliers de ruelles

qu’ont aucun sens

aucune logique.

Les montées et les descentes

les virages soudains

et après les grands boulevards

iper trafiqués avec ses commerces

et les gens perdus

confortablement dans sa voiture

ainsi comme moi

sauf qu’eux

le savent toujours pas.

Tu aime jouer avec moi

car je ne te connais pas,

tu te fous de moi

quand tu me fais passer

à côté de ton cœur

le vieux port, les bateaux,les terrasses et l’eau

que ce matin semble d’argent.

Et là je me laisse emporter

par ton souffle de vieille ville

passée à travers l’histoire

une ville de mer

avec ton port

qui s’ouvre comme un cœur

une porte ouverte

toujours accueillante.

J’entends les soupirs d’autre fois

le respire coupé par la peur

l’estomac vidé par la faim

les voix les larmes les cris

des ritals et des pieds noirs

qui venaient

chercher une vie

chez toi.

Je vois les émigrants

s’affoler dans les bateaux

encore sans moteur

les bagarres pour récupérer

son sac vide d’argent

mais plein de souvenirs.

La mer est ta richesse

ma belle Marseille,

ça serait ton meilleur bijou

si tu étais une femme.

Alors tu serais charmante

et capricieuse

un peu pute

c’est ta nature

t’en fais pas

c’est ta générosité

tu peux pas t’en passer!

Et après le port

il y a le Panier

ton chef d’oevre de quartier

qui a mixé toutes gens

en faisant une seule famille.

Finalement tu l’as toujours su

les hommes son tous pareils

n’importe d’où il viennent,

on cherche tous une maison

un grand amour

et un peu de fortune…

mais si en plus on a toi, Marseille,

alors ça c’est un vrai cadeau de la vie!

 

 

Le papillon

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Le papillon a mis des ailes

il a attendu le bon moment

et puis après il est parti

sans faire du bruit.

Il a du se faire grand

se faire beau

pour aller voir le monde

pour aller à sa rencontre

chercher d’autres papillons

tourbillonner autour des fleurs

les plus belles qu’il ait jamais vues.

Ses couleurs parlent d’arc-en-ciel

de lumière et de joie

d’ascension à un niveau supérieur

là ou on peut pas nous attraper

là où on pourra découvrir le secret.

 

Il ne s’est même pas retourné

pas une seconde

pour regarder d’où il était parti

d’où il vient

car il le sait au fond de lui

il sait que la plante

qui lui a donné naissance

est et sera toujours là

pour l’abriter si besoin

pour le réparer des intempéries

que la vie lui réserve.

Mais la vie est aussi

tellement belle

la vie est un cadeau

que l’on nous donne

pour la transformer en rêve

à l’image d’une nature préservée

de notre nature unique

simplement de ce qu’on est.

IL SORRISO

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Tornare e scoprire di essere fuori frequenza, un saluto veloce e poi uno sguardo distratto dice non ho voglia di te adesso, adesso no, ma dopo o domani forse. Un istante scivoloso tra la dimensione attuale e quella virtuale può causare un big bang o passare inosservato come una meteora che sfiora un pianeta di pochi millimetri.

Ti propongo di bere insieme un bicchiere di vino e di volare con me nella galassia di fianco per esplorare nuovi mondi con dentro nuovi esseri viventi, o almeno di studiare insieme un nuovo copione con nuovi personaggi, perché i vecchi ormai hanno stancato.

Un terreno abbastanza rovinoso intercettato da un sorriso senza un dente, il più bel sorriso che miei occhi terreni o astrali abbiano mai visto in tutta la storia dell’universo. Un sorriso insieme commovente e miracoloso, contagioso perché mi fa sorridere il cuore impedendo un preannunciato smottamento epocale.

Tu e i tuoi occhi di stella sapete stupirmi più della vita stessa, tu in un attimo sei al centro di tutto ed emani luce, tu ti fai luce splendente di un microcosmo che finalmente apre un varco allo spazio più profondo. Un istante cristallizzato nel tuo sorriso aperto come una porta spalancata nel mondo verso il tuo futuro di piccola donna.

Un buco nero sprigionante una luce invisibile ma potente che travolge ogni essere vivente al suo passaggio, o almeno io mi faccio travolgere da questa tempesta spaziale che lascerà il passo poi alla pace siderale.

Un miracoloso sorriso in grado di farmi desistere da propositi pericolosi e ingombranti.

Il vino e’ stato bevuto come un bicchier d’acqua senza aspettarmi, non è stato assaporato lentamente esplicitando ad ogni sorso un concetto folle come si conviene nei migliori deliri collettivi. Ma ho pazienza e posso aspettare. Ti aspetto sempre, pronta a farmi stupire con effetti speciali dalla tua forza forse solo temporaneamente sopita. Ti concedo il riposo del guerriero in attesa della prossima puntata della serie “Guerre stellari”.

IL CAMMINO

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Ci sono giorni in cui ti chiedi il senso del tuo cammino e nessuna risposta viene a farti compagnia, altri giorni invece in cui la ragione e’ chiara e limpida come un torrente di montagna, chiarissima li di fronte a te, sfacciata come un raggio di sole in piena faccia.

Ci sono momenti in cui vorresti mollare tutto, al diavolo il cammino intrapreso, le promesse fatte, gli obiettivi posti, le giornate buone e quelle negative, i minuti preziosi, i programmi disattesi, le valige fatte e poi disfatte, la tappa successiva e quella finale. E via all’infinito fino a quella attuale, quella di oggi, cioè adesso.

Vivere il presente per quello che è non è da tutti, vivere il presente e’ da impavidi, da eroi, fare qualcosa e rendersene conto senza pensare ne’ al dopo, ne’ al prima, ma solo al durante e’ da visionari.

Quando il cammino ti trascina con se’ fin nelle viscere di quello che sei, se nel cammino ti ritrovi più solo di prima perché con gli altri non hai mai imparato a stare, quando la forza ti abbandona lasciando il posto alla stanchezza perché vai cercando qualcosa che non c’è da nessuna parte, allora il senso del tuo cammino ti aspetta al varco.

E poi cosa sono gli altri se non il riflesso di noi stessi o il nostro prolungamento? Per caso ci siamo scelti dei compagni di cammino che a un certo punto ci ostruiscono il passaggio? O abbiamo dimenticato solamente i motivi per cui li abbiamo scelti? Abbiamo necessità di stare con gli altri o piuttosto da soli?

Un punto all’orizzonte sbiadito si rivela essere un miraggio oscuro che attira senza portarti nella giusta direzione, ti seduce come una sirena ammaliatrice trascinandoti verso una destinazione sconosciuta e affascinante. Disperde le tue energie verso lande lontane, quando proprio dentro di te una terra fertile non attende altro che essere innaffiata per continuare a dare i suoi frutti.

Questa volta finalmente quelli veri, ovvero i figli del tuo essere più profondo.

Gli istanti d’essenza.

Frutti pronti ad essere colti davanti ad occhi spalancati e a mani protese e a braccia aperte, frutti saporiti che attendono solo di essere finalmente gustati.

Allora non sarà importante essere davanti al tramonto più bello o al paesaggio più mozzafiato nella faccia della terra, allora non basteranno tutti i pezzi del puzzle quando te ne mancherà sempre uno per terminarlo, allora nessun’altra fuga basterà per farti accettare il tuo presente. Perché il tuo presente e’ il tuo selfie, il tuo presente sei tu, il tuo presente fa parte di te più di quanto tu non riesca a concepire.

I tuoi gesti ripetuti all’infinito parlano di te, le tue parole cercate o nascoste all’infinito ti spiegano di te, le tue corse contro il tempo per fare tutto per poi perderne il senso ti ricordano di te, gli occhi del tuo pubblico disinteressato e adorante riflettono te.

Accettati per quello che sei, uomo in cammino, e scoprirai infiniti cammini dentro di te, cammini di risate rincorse dal vento, occhi di stella a guardarti, salti nel vuoto nel circo della vita, contorsionismi e acrobazie senza rete a salvarti se cadi giù.

Piroette a mezz’aria farai, saltimbanco diventerai se diventar leggero oserai.

Essere libero vuol dire ridere quando tutti hanno voglia di piangere, e quando la tua risata sarà così forte da essere udita da tutti diventerà contagiosa finché tutti si sbellicheranno dalle risate insieme a te. E se tu non desisterai tutti decideranno di seguirti nel tuo cammino di vita, questa volta la valigia sulle tue spalle sarà piena zeppa di gioia di vivere il tuo istante d’essenza.

 

L’INCONTRO CON ORIANA FALLACI

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Ho fatto un incontro insolito, inconsueto con una donna anzi una persona speciale, come lei si amava definire quando qualche giornalista frettoloso tentava di imbrigliarla nella categoria del genere. Un incontro avvenuto attraverso la lettura di un libro, una raccolta di conferenze tenute nelle più rinomate università americane dal titolo “Il mio cuore e’ più stanco della mia voce”. Infatti lei amava dire che gli incontri avuti attraverso le sue interviste ai capi di stato di tutto il mondo avvenivano semplicemente tra persone e le riuscivano bene grazie al suo modo di essere una persona curiosa con un amore viscerale per la verità. Quale verità? A detta di lei non c’è una sola verità, ma la costruzione della sua verità era una ragione e una motivazione abbastanza importante per spingerla continuamente verso questa ricerca, questo viaggio in realtà mai terminato finché era in vita e che continua oggi attraverso non solo i suoi scritti ma anche attraverso l’anima della sua passione. Questo titolo non è molto ben azzeccato, ma le assomiglia perché assoluto, perché espone una frustrazione contro la quale lei non ha mai smesso di lottare alacremente. Qui sta la sua essenza tra le molte che la contraddistinguono: la resistenza che esce fuori più forte che mai dopo attimi di scoraggiamento. Qui sta la forza della sua personalità. Battezzata dal fuoco della seconda guerra mondiale affiancando il padre tra le fila della Resistenza Italiana, ha continuato come corrispondente di guerra in prima linea nei più grandi conflitti degli anni sessanta e settanta. Lei in verità era un soldato, lo è sempre stata, armata della sua penna invece che della mitraglietta, le sue munizioni le parole, le idee, la sete di verità e di giustizia che non l’hanno mai abbandonata durante le sue innumerevoli battaglie contro l’ignoranza, la violenza e lo strapotere cieco.

Il suo cuore non è mai stato abbastanza stanco da essere messo a tacere e la sua voce nemmeno. Anche se passava lunghi periodi senza incontrare nessuno affaccendata nella scrittura del suo prossimo libro, e anche se non parlava la sua postura, la sua caratura lo facevano per lei.

Trovo molta più stanchezza nei cuori e nelle voci delle donne di oggi, me compresa, perché abbiamo dimenticato troppo velocemente le conquiste fatte per noi da donne come lei che hanno osato, si sono sacrificate, hanno lavorato duramente per uscire da un cliché femminile obsoleto, sempre in agguato come un virus che torna sempre a colpire nei momenti di debolezza quotidiani o nei passaggi storico-sociali più cruciali e delicati. Lei era figlia dei grandi cambiamenti culturali che hanno interessato l’Europa e il mondo intero nel primo dopoguerra portando la donna a prendere coscienza del fatto che una parità con l’uomo era possibile, non era più un mero miraggio ma una possibilità di essere e auto definirsi diversamente. Abbiamo dimenticato di continuare a combattere le nostre battaglie nascondendoci dietro l’apparente forza maschile perché ci facesse da apri-pista. Abbiamo continuato ad accettare in silenzio i soprusi, le piccole e grandi violenze, le derisioni a volte fatteci superficialmente ma insistentemente da certi nostri compagni uomini e compagne donne che non hanno ahimè preso coscienza della nuova identità femminile. Il grande problema è che abbiamo una memoria troppo corta   Singolarmente e ancor più collettivamente, ci adagiamo spesso in soluzioni di comodo date dal momento contingente, ma questa e’ anche la debolezza umana in generale.

Allora perché rispolverare i proclami di Oriana Fallaci, Una Donna, perché rileggere i suoi libri all’alba di una parità tra i sessi più sbandierata che recepita nei fatti? Anacronismo? Atto di pura memoria? No, la Fallaci e’ più attuale che mai, perché è la lotta nella passione fattasi carne in un corpo di donna, seppur minuta e mingherlina ma dotata di un cuore e di una voce assordanti agli orecchi di chi la vuol ancora stare a sentire. La sua e’ una testimonianza più che attuale che tutte noi ci possiamo riuscire.

Mi sono chiesta se per tenere viva l’intenzione di questo cammino lungo e faticoso della parità sia necessario fare gesti eclatanti e mi sono risposta non necessariamente. Ognuna di noi deve trovare il suo personale modo, quello che conosce meglio, per continuare questa infinita lotta. Piccoli gesti, prese di posizione, lasciare tracce scritte, educare i nostri piccoli uomini e le nostre piccole donne al coraggio della parità. Si, perché il coraggio e’ un ingrediente più che essenziale per uscire vincitori da qualche piccola o grande battaglia e la Fallaci di coraggio ne aveva da vendere. Se oggi qualche altra istituzione universitaria o culturale volesse renderle ancora una volta omaggio, allora dovrebbe darle il titolo di “Maestra di coraggio” e di lezioni su questo tema non smetterà mai di darne grazie ai suoi “figli di carta”, come lei osava chiamare i suoi libri.

 

L’ESTAQUE – La porte bleue

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Chapitre I  

Au tout début c’était le chaos”

On nous a appris à marcher droit, aller jusqu’au bout, au bout de la rue, au bout de ses projets, au bout du monde, enfin au bout de quelque chose. Bah à l’Estaque ce n’est pas possible, ou bien fort difficile, car dès que tu prends une montée tu dois juste après forcement redescendre, puis après remonter ou plutôt revenir au point du départ et si nécessaire changer aussi de niveau. Ce que reste toujours là à sa place c’est la mer, mais elle ne reste pas la même pour longtemps.

la mer devient finalement son unique point de repère quand on se perd à l’Estaque et cela arrive souvent quand on cherche un refuge, une maison, quelqu’un qui nous attend quelque part.

 

Chapitre II 

“La traverse”

Une fois tracé une ligne qui pénètre le paysage, celle là va finir par te prendre la main et ne plus te quitter. Elle t’accompagne comme une mère bienveillante visiter les alentours avant de te laisser très vite à ton destin. Elle se permet de tout couper et de séparer ce qu’autre fois c’était uni, tout en donnant un ordre précis où en réalité il y en a pas. Il s’agit d’une géométrie à la fois cruelle à la fois nécessaire qui invente des nouvelles directions sans qu’en on ait la moindre impression. Mais un diamant même si coupé en deux il gardera toujours sa splendeur, ou mieux elle la redoublera à son grand étonnement, ou encore plus elle redonnera toute la lumière qui lui arrive du ciel et de la mer pour la répandre après sur terre. Ce que finalement on devra écouter pour s’orienter dans ce labyrinthe de brillance, ça sera son instinct profond, inattendu, original, pur comme un instant unique où toutes dimensions se retrouvent.

Chapitre III

“Une porte bleue fermée”      

ça ne sera pas elle à m’empêcher d’y entrer dans la mer! Peut être pas avec mon corps ou mon âme mais au moins avec mon regard!

Mon bateau est déjà prêt pour le départ prévu depuis longtemps. Oui, j’y arriverai tôt ou tard à la casser cette porte, à la briser, à la percer afin que je puisse finalement franchir la frontière. Oui, je partirai pour dépasser cette ligne trop droite qui délimite l’horizon et l’imagination après lui, l’espace d’autres possibilités, la découverte d’un soit autre que celui de son passé et de son propre présent.

Chapitre IV

“La porte bleue qui s’ouvre…”

Fascinée depuis toujours par le trop loin j’ai oublié pour longtemps de rester les pieds sur terre et alors l’Estaque  est vraiment là pour ça; ça suffit de tourner le dos à la mer pour partir ailleurs, pour partir ici où finalement je resterai chercher ma maison, peut être celle avec la porte bleue. Cette fois j’y frapperai doucement, avec patience et j’y attendrai devant jusqu’à ce que quelqu’un m’ouvre enfin. Et là tu m’ouvrira l’espace d’un jardin ou celui d’un regard, l’univers de ton cœur qui avec le mien le mien bâtira le pilier de notre avenir. Et ensemble nous irons, ensemble si jamais nous resterons pendant que la mer sera toujours là aussi près de l’horizon pour nous faire croire que peut être un jours nous partirons avec un vrai bateau ou avec le vaisseau de l’imaginaire.

Chapitre V

“La montagne”

La montagne nous fera croire de veiller sur nous alors qu’on se sentira seuls ensemble ou perdus devant cet immense espace, elle sera notre manteau pour nous chauffer les épaules quand il fera trop froid. Elle chantera des mélodies jouées par le vent pendant l’hiver et puis elle nous parlera à travers les branches des arbres. L’appétit des yeux nous conduira à la recherche des couleurs et des lignes imprimées dans le dernier tableau de Cézanne avant de poser son pinceau sur la toile une dernière fois.

Chapitre VI

“Les gens du port”

Un stylo tombe de la main d’un père assis près de sa jeune fille à la terrasse du café des Pécheurs face au port de l’Estaque: à travers ce geste il laisse paraître toute son émotion pour un moment exclusif à passer avec sa petite princesse, au moins lui il la voit toujours comme ça, même si ses seins ont poussé comme son désir de croquer à la vie. Elle lui parle avec tendresse de sa semaine à l’école pendant que lui n’était pas là.

Un couple âgé main dans la main, sourire dans le sourire, caché derrière une petite jalousie d’un homme toujours amoureux de sa femme.

Dans l’air odeur de panisse, parfum festif d’un dimanche pas comme les autres.

Ils sont ensemble l’image du passé, l’image du présent, l’image d’un village de gens simples qui désirent rester à l’Estaque pour toujours.

Un bateau rouge prêt à quitter le port ou qui vient de s’y poser, un bateau bleu de l’autre coté lui fait un clin d’œil en l’invitant à danser sur les vagues jusqu’au tomber du soleil, au rythme d’une symphonie jouée par le public des autres bateaux sous la direction du maître le vent.

BALADE ENTRE MER ET SATURNE

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Parle moi de l’infini et de la mer

de l’infini qui demeure en toi

tous les jours où il s’échappe

de ce monde batard,

du monde disparu,

un monde parti à la recherche d’un coin

où se cacher, où se réparer.

Pourquoi m’as tu choisie?

Si par hasard tu m’avais pas croisé

dans tes milliers de voyages

je t’aurais certainement reconnu ailleurs

dans un monde virtuel créé à mon image

où seulement nous deux on aurait eu accès.

Là bas on aurait interprété

la scène d’un vieux film oublié

par les jours, par le désarroi,

par les non-dits, par le trop-dit,

par l’indifférence de la réalité

qui passe devant nous comme un TGV

ayant à faire le tour du monde.

 

Par exemple j’aimerais avec toi

faire des voyages sidéraux

juste pour aller toucher les anneaux de Saturne

et après garder pour nous sa poudre magique

qui nous rappellera au bon moment

le sens de l’univers

alors que rien aura de sens,

seul le silence lumineux des étoiles

et le coucher de tous les soleils.

 

Combien on est petits

et en même temps

combien on est grands

nous les hommes.

Nous les minuscules

nous et nos petits amours

nous et nos petites incertitudes

nous et nos petites convictions

on a beau se montrer forts

quand la force nous à quitté

car on a oublié où elle est.

Le centre est dans le cercle

le cercle est dans le centre

le vide est la plénitude

le silence est la musique

la tempête est le calme

le blanc est le noir

le blanc et le noir sont les couleurs.

Les couleurs d’un tableau

qu’on voudrait peindre

des toutes nos forces

quand on est perdu

car enfin on s’est retrouvé

et le pinceau devient un stylo.

 

 

 

LE CHANT DU MOINEAU

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Et les oiseaux

qu’est-ce qu’ils ont vu

qu’est-ce qu’il ont entendu

eux

pendant que l’homme

ne les voyait pas

ne les entendait même pas.

Seulement qu’en le nomme

ça lui intéressait

jouant le rôle du plus fort

car ça peur dominait.

La peur de quoi?

Demande le moineau-

Faire un choix

ça serait l’enjeu!

Tait toi finalement!

Écoute le chant!

C’est l’encouragement

à chercher l´enfant…

l´enfant que tu as été

l’enfant que tu as

celui que t’as autant désiré

ou que tu quittes déjà.

Enfant du monde

autrefois tu vivais

seul la nature ta commande

car son essence tu sentais.

D’une nouvelle humanité

voudrait nous dire le moineau

un secret doucement murmuré

comme la vie au fil de l’eau.

IL PELLEGRINO

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Guardo e cammino, cammino e guardo scendendo la collina di Caumont sur Durance. Laggiù in fondo il Mont Ventoux dalla cima innevata di fresco sembra giocare a nascondino con le nubi bluastre che l’accarezzano minacciando una probabile sbiancata.

Sono ore che cammino oggi, sono giorni in verita’ che sfido le pendenze della natura e non ho quasi più tempo di pensare a quelle della mia vita. Una salita che non finisce mai, che inizia dolcemente per poi trasformarsi in pendenza e se non stai attento diventa una parete rocciosa da superare a mani nude. Da solo, sempre con una maledetta paura di cadere o di fermarsi, di rotolare rovinando miseramente a valle come un banale masso che non serve più a niente, nemmeno alla montagna.

Sono stanco, ma non posso fermarmi, non ora che sto finalmente per avvicinarmi alla meta che si trova proprio oltre la collina. Arrivo proprio al punto più alto dove si trova una croce in ferro battuto nero e vicino un piccolo rifugio di rocce appoggiate temerariamente l’una sull’altra sfidando e sfruttando la forza di gravità. Sul lato destro un giaciglio di paglia abbastanza spesso, mi sembra un lusso rispetto alla nuda roccia dove ho dormito le scorse notti. Ne approfitto per fermarmi a riposare e mangiare l’ultimo pezzo di pane e formaggio rimasti nel mio zaino. Questa volta ho calcolato alla perfezione tutte le razioni e mi è rimasta persino una mezza fiasca di vino rosso che berrò alla mia salute e all’incontro di domani, sul quale ho puntato tutto il mio destino futuro. Salute a me, salute a te sconosciuto destino, brindo alla vita per cui vale sempre la pena scommettere.

Eppure l’ottimismo mi pervade nonostante gli ultimi appuntamenti inesorabili con la morte, la morte compagna, la morte sicaria di amici cari, amici di lotte fino all’ultimo respiro o spasimo di dolore. La morte beffarda e inarrestabile che ha spazzato via metà dei miei fratelli dell’abbazia che abbiamo costruito insieme mattone per mattone fino all’ultima goccia di sudore.

Amore e morte. Sacrificio e ricompensa. Ogni istante condiviso di risate, delusioni, fallimenti, canti, preghiere. Di preghiere ne abbiamo recitate tante fino a consumarci la fede, forte e incrollabile, quella fede in Dio promessa distesi nudi davanti all’altare, fede in una scelta che è più una necessità che una missione. Bestemmie! Mi avrebbe detto il Priore. Ma ora non lo può più fare: l’ho seppellito con le mie stesse mani prima di partire nel piccolo cimitero improvvisato di fianco alla mensa. Ora lo posso dire ad alta voce tanto nessuno mi potrà sentire, ora lo posso urlare in questa collina deserta sperando che i pochi abitanti sparsi nelle capanne della valle possano sentirmi e svegliarsi, e anche se il mio eco ritornerà indietro facendomi vergognare di quello che ho appena detto, sarà già troppo tardi.

Perché sarò già ripartito. Non ho troppo tempo da perdere.

L’INIZIO DELLA FINE

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Alba e suo marito Giovanni passavano le vacanze tutti gli anni tassativamente in villaggi all inclusive, da qualche parte in giro per il mondo. Cambiavano solo le spiagge, il colore del mare, la durata del volo, ma per il resto era tutto più o meno uguale. Infatti partivano sempre con lo stesso tour operator, rigorosamente 5 stelle, dove tutto era organizzato. Nessuna decisione da prendere. Corso di stratching alle nove, pilates alle dieci, acquagym alle undici, a mezzogiorno aperitivo sulla spiaggia. I pensieri in vacanza possono vagare troppo, pensava Alba, quindi bisogna tenerli a bada con delle attività. Un’agenda ben organizzata poteva aiutare a sentirsi meno soli, a non cadere nel burrone dell’anima. Così era facile bere molti aperitivi e chiacchierare con le altre mogli sole, aspettando che i mariti tornassero contenti e rilassati dalle loro escursioni.

Alba poteva anche attendere Giovanni per una giornata intera, senza arrabbiarsi né alterarsi. Senza accorgersi di consumarsi dentro mentre lo aspettava. Spesso e volentieri, quando lui rientrava dalle sue innumerevoli attività sportive, lei era già alticcia al suo secondo o terzo aperitivo molto alcoolico. Così le sembrava sempre una bella giornata! Poi non importava se al suo ritorno scambiavano all’incirca una decina di parole lei e Giovanni, le sembrava normale. Alla fine erano talmente stanchi per gli innumerevoli reciproci impegni che a poco a poco anche il dialogo venne declassato dalle priorità della coppia.

Le vacanze passavano in un soffio e i giorni incalzavano uno dietro l’altro, contando loro gli anni trascorsi insieme. E contando insieme anche il cumulo di frasi non dette cui non avevano saputo dar voce.

Da quant’è che erano sposati? Da trent’anni. Da più di venti facevano lo stesso tipo di vacanza. Da dieci non facevano più i preliminari prima di fare l’amore. Da cinque non si baciavano più sulla bocca. Da due non si guardavano più negli occhi.

Da qualche tempo a questa parte Alba riusciva inoltre a cogliere un leggero fastidio nello sguardo di Giovanni per le più svariate ragioni. Per essere ingrassata, per avere i capelli in disordine, per le innumerevoli rughe sul viso, per  il seno cadente. Per morire ogni giorno di più davanti ai suoi occhi.

Vicino a lui, Alba aveva finito per spegnersi inesorabilmente. La fiamma che ardeva dentro di lei si era oscurata. Lentamente era stata privata dell’ossigeno, della luce, del respiro, della linfa vitale, imprigionata come una bestiolina preistorica dentro un’ambra meravigliosa. Era rimasta inevitabilmente incastrata in un cliché ripetuto a memoria, come una scena teatrale di un vecchio e polveroso copione dimenticato.

“Buonasera caro ben rientrato, è andata bene la giornata?”

False attenzioni svuotate di significato, parole regalate al vento nella speranza di essere trasformate in contenuto.

“Le solite cose, sempre i consueti grattacapi in ufficio, niente di speciale.”

Risposte a perdere.

“E tu cos’hai fatto oggi?”

Nessuna voglia di raccontarsi veramente, nel bene e nel male. Paura di raccontare cosa c’è giù dal precipizio. O semplicemente paura della caducità delle cose, dell’agonia del loro amore. O anche paura di guardarsi negli occhi e di ammettere che l’amore era finito, sbiadito col tempo, fino a diventare una brutta copia di se stesso. Come se la sua essenza si fosse persa nell’oblio, senza nessun motivo apparente. Inevitabilmente divenuto un derelitto arenato nel mare della quotidianità.

Alba percepiva tutto il decadimento della sua piccola vita ma le sembrava più facile andare avanti facendo finta di niente. La sua unica ancora di salvezza era la profumeria di fiducia dove rifugiarsi volentieri quando arrivava puntuale e spietata la depressione.

Quando Alba usciva vittoriosa col suo prezioso bottino pieno di prodotti inutili e costosissimi, aveva sempre un gran sorriso. Si sentiva meglio quando ci era stata, così poi poteva tranquillmente tornarsene rassicurata e rasserenata nella sua parte di moglie impeccabile.

Ma c’erano volte in cui nemmeno i suoi adorati articoli di profumeria riuscivano a farla sentire meno triste.

Come dopo quel week end passato a Parigi in un hotel 5 stelle in rue Rivoli. Lei e Giovanni erano alloggiati giusto di fronte ai giardini detti di Tuileries, per tegole di colore rosso utilizzate nei tetti delle case del quartiere. L’eleganza e la fastosità di questo parco rinascimentale era stato voluto fortemente da Caterina dé Medici. Un’italiana, regina di Francia, che riuscì ad imporre alla capitale europea del tempo il gusto italiano dell’arte.

Quando passeggiava in quei grandi spazi, Alba disturbava spesso e volentieri lo spirito della defunta sovrana, esprimendole i suoi personali giudizi sulla sistemazione dei giardini, osando persino dei suggerimenti.

Inventava dei veri dialoghi dove immaginava di parlare a quattr’occhi con la regina del restyling necessario per modernizzare la sua opera.

In quel preciso posto Alba riusciva finalmente a rilassarsi. Era come se il suo cervello riuscisse a fuggire per un attimo dalla rete di paranoie dov’era abitualmente tenuto prigioniero.

Nelle tracce del grande talento italiano, tutto le sembrava ancora possibile e uno spirito naïf le si risvegliava dentro, ispirandole idee azzardate come, tra le altre cose, un nuovo significato da dare a quel viaggio a Parigi.

Per esempio quello di cercare di far funzionare il suo matrimonio organizzando una giornata romantica in un posto insolito.

Peccato che per Giovanni l’obiettivo di quel week end fosse ben diverso: comprarsi l’ultimo modello dell’orologio Carthier, in Rue de la Paix, un posto, a detta di lui, dove sapevano veramente trattarti con i guanti, offrendo del vero champagne ai clienti di un certo calibro.

Era lampante che la coppia fosse spesso animata da intenzioni a dir poco discordanti.

Alla fine l’aveva avuta vinta Alba portandolo a pranzare in una brasserie molto carina che dava direttamente su Place des Vosges, dopodiché avevano fatto un giro nel giardino alberato al centro della piazza dove tutti approfittavano dell’ultimo sole estivo. Alba gli aveva proposto di distendersi sul prato imitando parigini e turisti: sembravano tutti così felici! Le pareva così di poter catturare un po’ di quella gioia palpabile e contagiosa. Ma Giovanni scoppiò a riderle in faccia, come se avesse detto un’enormità.

“Ma cosa ti salta in testa?! Sono cose da ragazzini! E poi ti ricordo che il tuo vestito in seta pura mi è costato ben duemila euro! Non vorrai mica rovinarlo?!”

Si dava il caso che si trattasse proprio del regalo di Giovanni per il compleanno di Alba.

Passeggiando sotto i portici caratteristici della piazza, Alba venne rapita dalla melodia di un’arpa. Un ragazzo qualunque interpretava un’aria romantica con passione, sfiorando le corde con la maestria e la delicatezza di chi conosce bene il suo strumento. Sembrava  guidato da un istinto profondo. Anche lei da piccola sognava di suonare l’arpa, ma non aveva potuto permettersi delle lezioni a causa della povertà in cui versava la sua famiglia. Il suo sogno era quello di diventare la più grande arpista di tutti i tempi, ma purtroppo non ne aveva avuto la possibilità. Questo era il grande rammarico che si portava dentro sin dall’infanzia. Si sentì di rivelare a Giovanni questo piccolo segreto che non aveva mai osato condividere con lui, offrendoglielo sull’altare di un amore agonizzante, ottenendo di tutta risposta il silenzio più assordante di tutte le musiche mai suonate al mondo.

Alba per la prima volta percepì il disinteresse totale che suo marito nutriva nei suoi confronti, una sfacciata indifferenza per i suoi desideri e la sua essenza più profonda.

Piangere lì, in quel preciso momento, sarebbe stato troppo facile, troppo ovvio.

Non le restò che mandar giù quel boccone amaro come il veleno seppellendolo in fondo allo stomaco, dove sarebbe giaciuto fino a tempo debito.